Ammetto che Ivan Basso, recente vincitore del Giro d'Italia, non mi è mai stato troppo simpatico. Gli anni passati all'ombra di Armstrong, senza mai attaccare, quell'accontentarsi di un secondo o terzo posto per non rischiare qualcosa (magari di prendere una cotta ed arrivare quarto o quinto) mi hanno sempre indispettito.
Da anni ormai seguo il ciclismo con disincanto. Dopo lo choc di Pantani ho perso completamente la fiducia. Sono convinto che non esistano campioni puliti, anche per colpa di percorsi che richiedono doti sovrumane. E poi le reazioni dei ciclisti alla parola doping sono sempre le stesse: quelle di chi ha la coda di paglia. Non so se ricordate a che punti di nervosismo era arrivato Cipollini, con le sue reazioni inurbane di fronte a chi gli chiedeva conto di certi strani comportamenti o semplicemente pronunciava la fatidica parola: doping.
Tornando a Ivan Basso.
Il suo direttore sportivo, Bjarne Rjis, è stato in passato sfiorato (eufemismo) da bufere sul doping, addirittura qualche anno fa aveva stilato la lista di giornalisti buoni e giornalisti cattivi. Nei cattivi c'erano quelli che scrivevano di doping.
Oggi si leggono alcune intercettazioni che lo coinvolgerebbero in un giro di pratiche illecite.
Insomma, è un po' difficile non pensare male.
E mi dà un po' fastidio l'acriticità di certi commenti giornalistici. L'atteggiamento dei giornalisti che seguono il giro per la RAI, relativamente al doping, è quantomeno omertoso.
